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Blog by Diana Nuvolasenzainverno



"Le sacre du printemps"
2002
Jean-Michel Folon

Battiti combattiti
in questa vita fatta a scale
senza saper se farsi male
è vero no.
Con il pulsante del tuo cuore
poter salire oltre il dolore.
Battiti battiamoci
da brutti sporchi e anche cattivi
perché dobbiamo vivere da vivi
con l'anima tra i denti.
Battiti combattiti
che sia sconfitta o sia vittoria
che sia disfatta
o che sia tutta gloria
in questa via
dove si gioca la partita
che noi combatteremo
fino all'ultima vita
all'ultimo omino.
C.Baglioni



- Senza Patricio - 
Forse Patricio stasera mi viene a prendere. Io lo aspetto. Come sempre. Viene quando io decido. Va via quando io decido. Scendo con la sedia nel campo, respiro l'aria della sera e aspetto. Aspetto il momento migliore, la luce migliore, la migliore disposizione delle stelle e delle nuvole, il momento migliore del vento, né poco né troppo. Aspetto che dentro di me l'attesa sia cresciuta nel modo giusto e nel modo giusto i ricordi mi abbiano invaso. Aspetto che arrivi quella malinconia che fa bene alla ragione, che apre porte chiuse, che disegna carte geografiche sconosciute. Aspetto. E' tutta la vita che aspetto qualcosa. Aspetto persone, aspetto amori, aspetto successi, aspetto carezze. Aspetto senza impazienza, anzi mi godo il sapore eccitante dell'attesa. "Qualcosa succederà", pensare questo mi dà persino più energia che vivere ciò che succede. Perché immagino, sogno, prevedo, calcolo...
 Volando e scrivendo ho capito che la vita è solo un gioco con il tempo, solo un gioco con lo spazio. Per questo dico di non avere fretta. Di sedersi, guardare, capire. "E' il tempo che tu hai perduto con la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante"...
Walter Veltroni



Verrà il tempo in cui 
trascorrerò le ore seduta all’ombra di un albero
Verrà il tempo in cui 
disegnerò il destino
sul palmo della mano
Sarò felice solo se potrò ascoltare le foglie cadere
Sarò felice solo se
se i miei occhi stanchi avranno ancora voglia di guardare
Se le mie braccia avranno ancora forza per stingerti
Verrà il tempo in cui 
trascorrerò le ore all’ombra
di un cielo di stelle
Aspetterò in silenzio al tramonto
la luce del tuo sguardo
Sarò felice solo se
potrò restarti accanto
Sarò felice solo se
se i miei occhi stanchi avranno ancora voglia di guardare
Se le mie braccia avranno ancora forza per stingerti
Verrà il tempo in cui
trascorrerò le ore seduta
all’ombra di un albero
M.Rei



L'amore
non svanisce mai
 
La morte non è niente,
io sono solo andato nella stanza accanto.
Io sono io. Voi siete voi.
Ciò che ero per voi
lo sono sempre.
Datemi il nome che mi avete sempre dato.
Parlatemi come mi avete sempre parlato.
Non usate un tono diverso.
Non abbiate un’aria solenne o triste.
Continuate a ridere di ciò che ci faceva ridere insieme.
Sorridete, pensate a me, pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa come lo è sempre stato.
Senza alcuna enfasi, senza
alcuna ombra di tristezza.
La vita ha il significato di sempre.
Il filo non si è spezzato.
Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perché sono fuori dalla vostra vista?
Io non sono lontano, sono solo dall’altro lato del cammino.
Charles Peguy



"E' sempre valido e molto utile considerare la nostra condotta in relazione a un ideale, così da poterla migliorare".
C.Crouch



- I Giusti -
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffé del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo. 
Jorge Luis Borges



- Chi Muore -
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Lentamente muore chi fa della televisione il suo guro.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore che abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
Pablo Neruda



"Noi abbiamo tutte le possibilità per dimostrare di essere migliori di quello che dimostriamo tutti i giorni". D.S.


"Ho sparso i miei sogni sotto ai tuoi piedi. Cammina leggero, perché cammini sopra i miei sogni".
W.B.Yeats 



 

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14 gennaio 2010

JOVANOTTI: BACIAMI ANCORA

Un bellissimo spreco di tempo
un’impresa impossibile
l’invenzione di un sogno
una vita in un giorno
una tenda al di là della duna

Un pianeta in un sasso, l’infinito in un passo
il riflesso di un sole sull’onda di un fiume
son tornate le lucciole a Roma
nei parchi del centro l’estate profuma.

Una mamma, un'amante, una figlia
un impegno, una volta una nuvola scura
un magnete sul frigo, un quaderno di appunti
una casa, un aereo che vola.

Baciami ancora… Baciami ancora…

Tutto il resto è un rumore lontano
una stella che esplode ai confini del cielo.

Baciami ancora… Baciami ancora…

Voglio stare con te
inseguire con te tutte le onde del nostro destino.

Una bimba che danza, un cielo, una stanza
una strada, un lavoro, una scuola
un pensiero che sfugge
una luce che sfiora
una fiamma che incendia l’aurora.

Un errore perfetto, un diamante, un difetto
uno strappo che non si ricuce.

Un respiro profondo per non impazzire
una semplice storia d’amore.

Un pirata, un soldato, un dio da tradire
e l’occasione che non hai mai incontrato.

La tua vera natura, la giustizia del mondo
che punisce chi ha le ali e non vola.

Baciami ancora… Baciami ancora…

Tutto il resto è un rumore lontano
una stella che esplode ai confini del cielo.

Baciami ancora… Baciami ancora…

Voglio stare con te
invecchiare con te
stare soli io e te sulla luna.

Coincidenze, destino, un gigante, un bambino
che gioca con l’arco e le frecce
che colpisce e poi scappa
un tesoro, una mappa,
l’amore che detta ogni legge
per provare a vedere che c’è laggiù in fondo
dove sembra impossibile stare da soli
a guardarsi negli occhi a riempire gli specchi
con i nostri riflessi migliori

Baciami ancora… Baciami ancora…

Voglio stare con te
inseguire con te tutte le onde del nostro destino.

Baciami ancora…

Video>>>




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12 gennaio 2010

TRAGEDIA DI UNA MADRE CORAGGIO

Fathia lavorava malata, muore vegliata dalla bimba, il paese con loro.

Isabella Bossi Fedrigotti - CORRIERE DELLA SERA

Ammalarsi, non curarsi per paura di perdere il lavoro, morire: succedeva nei romanzi di Dickens ma, naturalmente, anche nella vita, però cento, duecento anni fa. Destini di altre epoche, buoni per i romanzi, appunto? Purtroppo no, capita ancora, nuovo sintomo di quanto i tempi per certi versi stiano facendo lenta ma sicura retromarcia.

È successo che la mamma di una bambina di cinque anni sia morta per non perdere il posto nella cooperativa di pulizia per la quale lavorava. Pur sofferente da giorni, non aveva voluto andare dal medico essendo convinta - a torto o a ragione non si sa - di non potersi permettere neppure un giorno di malattia. E allora - avrà pensato probabilmente - tanto valeva non farsi neanche vedere dal dottore, visto che non avrebbe comunque potuto seguirne i consigli e le terapie. Èmorta ieri e sua figlia l’ha vegliata per ore, in solitudine. Il fatto che fosse straniera, di origine marocchina - condizione non tanto felice di questi tempi in Italia - forse ha contribuito a renderla insicura, smarrita, terrorizzata, anzi, e forse ha contribuito anche il fatto che suo marito l’avesse lasciata sei anni fa, convinto che fosse sterile, abbandonandola nella totale miseria, e con una bambina, paradossalmente nata pochi mesi dopo la separazione.

È successo non in qualche sfortunata contrada arretrata e depressa ma nell’Italia più avanzata in fatto di assistenza ai cittadini - in provincia di Mantova, cioè - dove in effetti la sfortunata donna era stata aiutata e seguita con diligenza. Ma un buco nella rete, anche nella migliore delle reti, c’è sempre e attraverso quel buco, allargato forse dal fatto che era il fine settimana, è precipitata Fathia.

Che difficile combattimento deve essere stata la sua vita, nella solitudine e nella paura, e che amara sconfitta è per tutti quanti la sua morte. Nei libri di Dickens le storie come le sue facevano piangere, ma ci si consolava pensando che si trattava appunto soltanto di romanzi. Consolazione che in questo caso non ci viene concessa perché la vicenda di Fathia è tristissima cronaca nera e vera.




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26 dicembre 2009

EROS RAMAZZOTTI: IL CAMMINO

Si parlava di te l'altra sera
si diceva che non canti più
quelle strofe di frontiera
belle come la tua gioventù

ma se il cuore ha un'ala spezzata
devi solo curarla perchè
non è ancora la fermata
altri viaggi aspettano te


dall'istinto che hai
di non credere mai
è da questo lo sai
che riparte il cammino

ognuno di noi
ha la sua strada da fare
prendi un respiro ma poi
tu non smettere di camminare


anche se sembreranno più lunghe che mai
certe dure salite del cuore
c'è che ognuno di noi
può resistere sai
aggrappato ad un raggio di sole

e se la vita ci frega
quando prima ci esamina e poi
solo dopo ce la spiega
la lezione più dura per noi

ma ci insegna che ogni bufera
può strappare un bel fiore però
non l'intera primavera
non può raderla al suolo non può

dall'istinto che hai
di non cedere mai
è da questo lo sai
che riparte il cammino

ognuno di noi
ha la sua strada da fare
prendi un respiro ma poi
tu non smettere di camminare

si comincia a morire nell'attimo in cui
cala il fuoco di ogni passione

ognuno di noi
ha il suo pezzo di strada da fare
segui il passo di un sogno che hai
chi lo sa dove può arrivare
chi lo sa

ognuno di noi
ha il suo pezzo di strada da fare

anche se sembreranno più lunghe che mai
certe dure salite del cuore
c'è che ognuno di noi
può resistere sai
aggrappato ad un raggio di sole
il sole sopra di noi
sopra di noi




Con l'augurio di un cammino che prosegua sereno per tutti nel nuovo anno.




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21 novembre 2009

GIANNA NANNINI: SALVAMI

Salvami, mi fa male quando è sincero
Salvami, dimmi almeno che non è vero
Guardami
Passi sbagliati
Angeli
Soli e accerchiati
Parlami, tu sai la verità
Alzati, ama per sempre
Sbagliati
Non serve a niente vivere se non si dà
Alzati, nasci ogni volta
Perditi
Sotto il diluvio
Spogliati
Bella così sarai

Guardalo, ha mani bellissime
Guardalo, è puro nell’anima
Smettila se sai come si fa

Alzati, ama per sempre
Spogliati, ridi di niente
Vivere ci basterà
Alzati
E’ un sentimento libero
Vero tormento, vivilo
Guarda il sole brucia per te, per te, per lui

La bocca trema di passione
Per me, per me
Rivoglio quel suo bacio senza mai fine

Alzati, ama per sempre
Sbagliati, non serve a niente
Vivere se non ci si dà
Alzati
Dentro il cielo e luccica
Spazio infinito e libertà
Che non finirà mai




Da un po' di giorni cercavo una canzone che rendesse l'idea di questi giorni strani... e l'ho trovata!




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17 novembre 2009

ZONA 9 ISOLA

Zona 9 IsolaL'Isolacasateatro di Via Dal Verme (pdf)>>> da Zona 9 Isola di ottobre 2009

Ritorna la Banca del Tempo (pdf)>>> da Zona 9 Isola di novembre 2009

Faccio ancora la giornalista!




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10 novembre 2009

PRIVACY E BUON SENSO

La lezione sui trans della Ventura: Quando la tv non fa il suo mestiere
«Ognuno è libero di fare quel­lo che vuole». Così Francesco Totti a «Quelli che il calcio», parlando della vicenda Marrazzo. Simona Ventu­ra gli dà ripetutamente ragione, poi fuo­ri programma spiega: «Sono tantissimi quelli che vanno coi trans, e lo sappia­mo tutti. Non è giusto che un personag­gio pubblico non possa farsi gli affari suoi come tutti gli altri». Se questa è la pedagogia televisiva italia­na, buonanotte.
A Super Totti si potrebbe obiettare che uno NON è li­bero di fare quello che vuo­le, se è costretto a nascon­derlo agli elettori, se si ridu­ce a frequentare spacciatori, se si rende ricattabile. A Su­per Simo potremmo invece ricordare che sono moltissimi - forse addirittura più numerosi - gli italiani che NON vanno coi trans, e forse han­no fatto alcune cose buone per questo povero Paese, dove la Tv pubblica di­venta veicolo di queste trovate.
Nessuno vuole usare la televisione per fare della morale (per carità!), ma cerchiamo almeno di non renderla im­morale, perché molti ragazzi la guarda­no, e rischiano di alzarsi dal divano con le idee confuse. Le grandi democrazie - vi sembrerà strano - sono tali an­che perché esiste un consenso su alcu­ne cose. Per esempio, sul fatto che il ti­tolare di una carica pubblica non deb­ba circondarsi di prostitute, frequenta­re malavitosi e pagare trans. E, se lo bec­cano, non possa trovare difensori in un programma sportivo (sportivo!) del po­meriggio.
È ipocrisia? Allora viva l’ipocrisia. Sono considera­zioni banali? Vero, ma è in­credibile come non le faccia più nessuno. Il metaboli­smo civile italiano, ormai, brucia il veleno e lo trasfor­ma in una risata. Poi non la­mentiamoci, però, se non abbiamo un bel colorito na­zionale.
Siamo convinti che Piero Marrazzo, passata la buriana, ci darebbe ragione. Sarebbe bello lo facessero anche Super Totti e Super Simo. Ma lo riteniamo im­probabile. Le celebrità italiane non si scusano; accusano, semmai, e c’è sem­pre qualche frastornato che gli dà ragio­ne.
Beppe Severgnini - Corriere della Sera




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18 ottobre 2009

PAOLA TURCI: ATTRAVERSAMI IL CUORE




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15 ottobre 2009

DEMOCRAZY: LA DEMO-PIAZZA

di Marico Damilano

Pronto a sostenere una politica che è oggi “rappresentazione” più che rappresentanza, il giornalismo italiano finisce per smarrirsi tra irrilevanza e propaganda.

Con la manifestazione di Roma di sabato 3 ottobre il dibattito sui rapporti tra informazione e potere politico è uscito dal ristretto giro degli addetti ai lavori per imporsi all’attenzione di un circuito più largo di cittadini e lettori.
C’è da augurarsi che non rimanga una fiammata. La libertà di stampa e di informazione, contropotere fondamentale in ogni democrazia, non è un valore formale, non si misura soltanto con il numero delle copie vendute e neppure con il rispetto dell’equilibrio delle opinioni in campo. Non è solo facendo il bilancino delle testate di destra o di sinistra che si garantisce la libertà di stampa. Come aveva scritto già molti anni fa l’intellettuale americano eretico Christopher Lasch, scomparso nel 1994: «Se l’informazione non è generata e sostenuta dal dibattito pubblico essa sarà, nel migliore dei casi, irrilevante, nel peggiore ingannevole e manipolativa. Quando le parole si usano soltanto come strumenti di pubblicità o di propaganda, perdono il loro potere di persuasione. Presto cessano del tutto di significare qualcosa».

Il dominio della tv - Propaganda e irrilevanza.
Sono i due rischi che ovunque corrono i giornalisti quando si avvicinano al potere politico. È così in tutte le grandi democrazie occidentali, lo è molto di più in un paese come l’Italia che non ha grandi tradizioni di giornalismo indipendente, che prova fastidio di fronte alle regole, agli anticorpi, ai contrappesi.
La propaganda è quella che nel corso degli ultimi venti anni ha sostituito alla rappresentanza politica la rappresentazione. Il teatrino della politica, che Berlusconi critica continuamente, ha visto nel berlusconismo il suo più efficace impresario. E tutte le ricerche, in particolare quelle dell’Istituto Cattaneo, dimostrano una correlazione tra l’esposizione del pubblico alla tv – le donne che lavorano in casa, i pensionati, i giovani a basso titolo di studio che usano la tv come unico strumento di informazione – e il voto al centrodestra guidato dal principale editore televisivo (e non solo).
È la televisione a plasmare le scelte dei quei cittadini che parlano di politica solo durante il periodo della campagna elettorale: è così in tutto l’Occidente, nell’Italia del conflitto di interessi di Berlusconi continua a essere il fattore più pesante di anomalia democratica. È il Cavaliere a creare l’opinione pubblica che sposta il consenso. È stato lui, in anni lontani, a formare la mentalità dell’elettore berlusconiano, pronto a votarlo.
Un potere che è cresciuto nell’ultimo periodo, insieme alla crescente insofferenza verso la stampa che non riesce a controllare da parte del maggiore editore del Paese, capo di un governo che gode di una maggioranza schiacciante in Parlamento e padrone del primo partito italiano, una formazione che solo con grande sforzo di immaginazione si potrebbe definire compiutamente democratica, come denunciato più volte dallo stesso co-fondatore del partito, il presidente della Camera Gianfranco Fini. Un’emergenza informazione sconosciuta agli altri paesi occidentali, che avvicina l’Italia a nazioni a debole tradizione democratica, dove i giornali vengono chiusi e i giornalisti arrestati o eliminati, segnalato da premi Nobel e dalla stampa di mezzo mondo.

Stampa di Palazzo
Eppure, di fronte all’emergenza, gran parte del mondo dell’informazione ha rischiato di ritrovarsi impreparato. Afflitto dall’altra grande malattia di cui soffre il giornalismo italiano: l’irrilevanza. Il rischio che si corre quando insegue previsioni fasulle, sondaggi bugiardi, personaggi inventati, tigri di carta. Mettendo ogni mattina in tavola questo menu, la carta stampata negli ultimi anni ha perso la sua influenza e la sua capacità di orientare il pubblico, di attivare il senso critico dei cittadini. Indagini recenti, per esempio quella Itanes pubblicata dal Mulino, dimostrano che quasi la metà degli italiani non legge più i quotidiani, nell’altra metà un sesto salta le pagine di politica, un quinto le legge saltuariamente e solo un quinto ha il coraggio di avventurarsi fra retroscena, interviste, scenari ed editoriali: probabilmente composto da giornalisti e politici. Un gioco di élite(s)? che comunicano e si scambiano messaggi tra loro. Sempre più al ribasso, in verità.
È un processo globale: oggi la stampa continua a essere una merce che rischia l’estinzione, in tutto il mondo. E le soluzioni non sempre sono gradite a chi pensa ancora che il quarto potere sia il cane da guardia del cittadino. «Per ridurre i costi, le aziende editoriali investono meno nel giornalismo d’inchiesta e puntano sugli articoli di intrattenimento riducendo quelli di politica interna o internazionale. Altri investono nei quotidiani gratuiti, che hanno ben pochi mezzi per indagare sulla corruzione della classe politica o sulle truffe delle grandi aziende», analizzava nel 2006 “The Economist” in un’inchiesta su «chi ha ucciso i giornali?». «C’è da chiedersi», aggiunge il settimanale inglese, «se i giornali sono oggi in grado di sostenere quella “cittadinanza informata” da cui dipende la democrazia».
Ma nell’Italia senza rappresentanza di inizio secolo e con un capo del governo che controlla in modo diretto più della metà del mercato editoriale e pubblicitario di inizio secolo la crisi del giornalismo assume caratteristiche particolari. «Si è parlato molto della casta dei politici, si è parlato assai meno della malattia, vasta, che affligge l’informazione e il compito che essa ha nelle democrazie», ha scritto Barbara Spinelli sulla Stampa il 18 maggio 2008. «La malattia non è solo italiana, sono tante le democrazie alle prese con un’informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile. Quello che ci rende originali è il fallire del sistema immunitario che altrove generalmente funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie. Siamo immersi in esse con compiacimento, con il senso di potenza che dà l’ebbro sentirsi in branco. L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il guaio è che anche la stampa è Palazzo».
Il problema è che i giornali non sono affatto estranei alla crisi di rappresentanza e al blocco della società italiana che instancabilmente e meritoriamente denunciano. Ci sono state fasi storiche in cui i quotidiani hanno anticipato il dinamismo della società: l’Italia laica che votò per il divorzio negli anni Settanta, per esempio, oppure l’Italia che stava per chiudere con i partiti della Prima Repubblica all’inizio dei Novanta. E fasi come questa in cui i giornali appaiono spesso incapaci di raccontare la società che evolve rapidamente, nelle sue virtù e nei suoi drammi, nelle potenzialità e nelle ingiustizie. Specchio dei vizi della politica che mettono sul banco degli accusati ogni giorno: o forse, essi stessi, freno al cambiamento, all’innovazione, al premio del merito che tanto invocano. Mentre gli elettori e i lettori si allontanano sempre di più, alla ricerca di nuove strade. Nuovi movimenti, forme di partecipazione diverse dalla politica tradizionale. E nuovi canali di informazione, che non passano più per la carta stampata o, peggio, per la televisione desertificata dal conflitto di interessi. L’informazione online, i blog, la ricerca diretta delle fonti delle notizie sono l’altra faccia della fine della vecchia rappresentanza politica.

Serve un dibattito pubblico
È diventato sempre più difficile negli ultimi mesi anche per quella parte del mondo dell’informazione più critico e impegnato produrre anticorpi, quando l’allarme contro il berlusconismo, la sua degenerazione etica, la sovrapposizione di vicende private e pubbliche legate alle frequentazioni del premier con le escort di palazzo Grazioli, è stata impugnata da alcuni (pochi) giornali e da qualche trasmissione televisiva puntualmente accusata di eversione, associata al terrorismo o (da un ministro) alla spazzatura. Nell’assenza di un’opposizione politica degna di questo nome, una parte della stampa è stata individuata dal governo come il nemico da imbavagliare a colpi di querele e minacce, da riportare sotto silenzio, da intimidire.
Manifestazioni, raccolte di firme, campagne di opinione provano a riaccendere un dibattito pubblico sulla libertà di stampa senza il quale l’informazione rimane clamore, frastuono, rumore senza parole. E la democrazia rischia di assomigliare all’installazione presentata da Francesco Vezzoli alla Biennale di Venezia nel 2007. Due video che scorrono paralleli, con due candidati presidenziali che hanno lo stesso nome, Patrick Hill e Patricia Hill. Lui è interpretato dal filosofo superstar, il fascinoso Bernard-Henri Lévy, lei è Sharon Stone, autorevole come Hillary. Lui si fa fotografare con il papa e in mezzo ai militari, lei prende in braccio i bambini. Le voci si mescolano, rimbalzano da uno spot all’altro insieme agli slogan («Make America strong, The integrity and the power of ideas, The need for the action, Strong America free America, A steady voice a determined leader, The american dream»).
E già: tutto è interscambiabile nella democrazia che si trasforma in Democrazy: «demo-pazzia». Così la vorrebbero i padroni dell’informazione confusi ai padroni della politica e dell’economia, ridotta a terreno di propaganda e di irrilevanza. Vorrebbero trasformare il sogno della democrazia fondata sul cittadino consapevole e informato nel suo opposto, in un incubo. La Demo-pazzia, appunto. Spetta a tutti, non solo ai giornalisti, vigilare perché questo non accada.

(L’Autore è giornalista de “L’Espresso”. Ha pubblicato diversi volumi, tra cui “Il partito di Dio. La nuova galassia dei cattolici italiani”, Einaudi 2006, e “Lost in Pd”, Sperling & Kupfer 2009)




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27 settembre 2009

WALTER VELTRONI: NOI

"Solo il viaggio della conoscenza rende la vita degna di essere vissuta. La conoscenza dei paesaggi, dei venti, delle albe, del colore del mare, della terra all'orizzonte, delle persone che incontri, dei cuori che ti seducono, dei silenzi improvvisi e delle parole che non ti aspetti. La conoscenza delle tue allegrie e delle tue tristezze, del piacere degli altri e delle storie degli altri. Cerca sempre, cerca ancora, sistema il tuo mezzo perchè possa sempre ripartire, non avere paura dei danni e delle ferite; viene sempre il giorno in cui si riparano i primi e si chiudono le seconde. Non crederti il centro del mondo, perchè il mondo non ha centri o ne miliardi. Non essere mai soddisfatto, non essere mai desolato. Cerca gli altri, troverai te". Noi - Walter Veltroni




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17 settembre 2009

Libertà di informazione

A chi ci chiede se era necessario promuovere questa convenzione democratica sull’informazione, per che cosa o per chi vi riunite il 19 a piazza del Popolo, ripetiamo quel che Europa ha scritto ieri: lo facciamo per la libertà di tutti i giornali e le tv, di tutte le opinioni, di tutte le culture.
Non lo facciamo né per questo o quel giornale né per questa o quella tv, per quanto importantissimi essi siano, e per quanta solidarietà noi sentiamo, al di là delle specifiche scelte, per i colleghi che vi operano. Piazza del Popolo è stata concepita e sarà realizzata per ciascuno di voi e di noi cittadini, a cui stanno togliendo il diritto di conoscere i fatti e di scegliere tra offerte e proposte comunicative molteplici, diverse, fra loro in competizione come vuole la nostra democrazia.
Gian Enrico Rusconi ha scritto sulla Stampa che «anche questa è democrazia», questa che sta vivendo la trasformazione del demos sovrano in demos dell’applauso, che se vince le elezioni vuol modificare a piacer suo la Costituzione di tutti. A noi, che non siamo professori e nemmeno ircocervi delle ideologie e delle contraddizioni, sembra invece che si vada alla “repubblica presidenziale a reti unificate”, cambiando la Costituzione di fatto senza affrontare la riforma di quella su cui si fonda la repubblica. Per il bacio della pantofola, martedì sera a Porta a Porta è stato modificato l’intero assetto dell’informazione pubblica e privata, lasciare a uno solo di dominare il deserto con ingiuriee anatemi per il dissenso. Ho detto informazione pubblica e non di stato, perché, come ha ricordato Rizzo Nervo su Europa due giorni fa, «di stato» è la tv nella Corea di Kim Jong-il e nell’Iran di Ahmadinejad, pubbliche sono la Bbc e France Television, a servizio di popoli maturi e perciò democratici. Parentesi: avrete letto che l’articolo di Rizzo Nervo, consigliere d’amministrazione della Rai, non è stato ripreso nella rassegna stampa interna di viale Mazzini. È la prima volta in sessant’anni di Rai. Ma il prof. Rusconi dice che «anche questa è democrazia». E a me viene in mente Julien Benda, e il suo «tradimento dei chierici», anni Trenta in Europa. Il deserto su cui si erge la logora ma ancora suggestiva piramide presidenziale, è un paesaggio diverso da quello nel quale lo stesso presidente ordinava, in altri tempi, di far fuori il socialista Biagi o il liberale Montanelli. Allora si colpiva il “nemico” singolo, conservando la struttura democratica, sia pure malata di compromesso utilitarista e spartizioni. Oggi la situazione è da guerra civile (fin qui da teatrini), perché non solo si cancella o si prova a cancellare il “nemico”, si chiami Gabanelli o Fazio o Jacona o Di Bella o Ruffini, soggetti di una informazione televisiva d’inchiesta e pluralista; ma si spranga anche l’ “amico” dissidente (Boffo) o si dà un avvertimento a quello alternativo (Fini). Ma per il professor Rusconi, che va ai pensieri profondi e si perde la feccia che risale gli orli, «anche questa è democrazia». Andare ai pensieri profondi, alle analisi politologiche, mentre la casa non cambia ma brucia, è degli intellettuali in fuga dalle cose reali, che testimoniano giorno per giorno ben più che il passaggio da una democrazia approssimativa a un’altra diversamente approssimativa. Accadde nel 1922 a Croce, per citare, quando non badando alle squadre d’azione che incendiavano giornali, partiti, sindacati, pensò al nascente regime come strumento per mettere a posto i sovversivi e restaurare l’autorità delle istituzioni liberali. Ogni confronto col fascismo è per definizione arbitrario, ma i sintomi fanno pensare alla fine di una civiltà, come descritta da Rutilio Namaziano nell’ultimo inno alla romanità dopo il sacco di Alarico. «Andando da Roma a Pisa, la gente non parla più la stessa lingua, da Roma alla Gallia è tutto un caos di parole a cui ciascuno attribuisce un significato diverso». Ce lo ricorda Saverio Vertone, che di Forza Italia fu tra gli intellettuali fondatori (con Colletti, Rebuffa, Melograni e qualche altro) e fu tra i primi a fuggirne quand’ebbe conosciuto il leader, la sua sottocultura lumbard, i “bauscia” che affluivano al suo richiamo, i suoi propositi per il governo inteso come potere personale. La babele delle lingue di Rutilio Namaziano è la miscela che Ilvo Diamanti ritrova nel Partito Mediale di Massa: ieri Forza Italia, oggi Pdl: una miscela di linguaggi del calcio, della politica, del velinismo, della pubblicità, dell’imbonimento, adatto alla libera uscita degli italiani, di cui Berlusconi sa il desiderio profondo di anarchia. E il centrosinistra non gli ha impedito di soddisfarlo. La mancata legge sul conflitto d’interessi è una responsabilità storica, come la mancata firma dello stato d’assedio. I paragoni, abbiamo detto, sono improponibili, ma i parallelismi ci tirano per i capelli. Dei fatti personali del premier, come di alcun altro uomo o donna, non ci interessa nulla, se non intaccano la Costituzione, la legge e la sicurezza nazionale. Ma di Videocracy sì che ci interessa, se rappresenta il modello per l’Italia. Un’Italia dove i ministri sparano sui cittadini estranei al pensiero unico: si tratti dei precari (della scuola, delle attività produttive, del lavoro nero); si tratti del “culturame” da stroncare tagliando i fondi a cinema, teatro, lirica, danza, accademie; del giornalismo, querelando o riducendo i mezzi all’ editoria; dell’università, stroncando insieme baroni (sarà vero?) e ricercatori senza mezzi; degli apparati amministrativi, “fannulloni” per definizione; dei “marginali”, lasciando a se stessi coppie di fatto, donne che vorrebbero figli, malati che vorrebbero concludere le loro sofferenze, migranti che, nel numero modesto ospitabile in Italia, vorrebbero diventare cittadini: e non riescono a farlo nemmeno con la sanatoria per le badanti. Individui, fatti, problemi da nascondere all’elettore-spettatore. A questo servono i telegiornali pubblici, niente argomenti che turbino la droga del demos non più sovrano ma “plaudente”, come l’aveva definito Bobbio. Niente argomenti che possano favorire una proposta di alternativa, se ci sono politici capaci di proporla. Non siamo abituati a tirare la giacca a nessuno, tanto meno alle istituzioni che sentiamo come parte, la migliore, di noi stessi. Però diciamo a chi ha l’onore e l’onere di vigilare, dal Quirinale alle Autorità di garanzia, che di fronte al gioco di prestigio che trasforma una democrazia zoppa in una senza occhi e senza voce, è meglio intervenire subito, non dopo. Si trova già scritto nella storia del paese.
Federico Orlando - Europa Quotidiano

L’aggressione del Giornale di Vittorio Feltri al direttore di Avvenire Dino Boffo ha creato sconcerto e ha fatto suonare l’allarme in larga parte del mondo e della stampa di ispirazione cristiana. Ma sarebbe sbagliato credere che ci sia solo il “fatto personale” all’origine dell’adesione che in queste ore sta arrivando dall’informazione cattolica alla manifestazione del 19 settembre. «Il dubbio – ha scritto ieri Avvenire – è che qualcosa stia vacillando nell’informazione in Italia e in questo senso la manifestazione di sabato prossimo non è un appuntamento retorico, né formale». Aderendo alla manifestazione, l’Unione cattolica della stampa italiana scrive che la libertà da noi esiste ma «è minacciata da alcuni poteri forti presenti sia nell’informazione radiotelevisiva, dove si fatica a trovare voci che non rispondano agli ordini di una scuderia politica, sia nella carta stampata, dove le intenzioni di schieramento e di lobby prevalgono ormai sull’autonomia delle imprese editoriali». Nel comunicato, rilanciato dal Sir, agenzia di stampa della Conferenza episcopale, i giornalisti dell’Ucsi segnalano «il pericolo che anche nel mondo cattolico, dopo la squallida aggressione che ha portato alle dimissioni il direttore di Avvenire, possano trovare forza le voci di chi preferirebbe una stampa asservita e normalizzata. Sarebbe davvero insensato che, mentre i giovani spostano progressivamente su fonti incontrollate i propri bisogni di informazione, le imprese istituzionali si arroccassero sempre più in una informazione governata dalle veline, da qualunque parte provengano; un’informazione, questa sì, davvero farabutta». «Avere un presidente del Consiglio dei ministri che controlla la stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione e che poi lancia accuse assurde, sostenendo che il novanta per cento dei media è in mano ai suoi avversari, crea disagio. Sentirlo parlare e creare confusione demagogica, fa paura». Chi parla così è sacerdote e giornalista: don Sandro Vigani, direttore del settimanale della diocesi di Venezia Gente veneta. «È un pericolo in generale per la democrazia – dice don Vigani ad Articolo 21 – perché impedisce ai cittadini di farsi delle opinioni il più soggettive possibile dei fatti e li invita a ragionare per slogan. I respingimenti e il reato di clandestinità, per esempio, se analizzati appaiono come risposte sbagliate. Invece la maggioranza degli italiani li approva sull’onda di una demagogia che impedisce di pensare”. «Per i cattolici – dichiara ad Avvenire Antonio Maio, direttore di un altro periodico diocesano, l’Azione di Novara – è il momento del discernimento e della riflessione anche rispetto a un sistema politico che pare inadeguato a rappresentare le nostre istanze. Essere disgustati dal Giornale non significa essere sulle posizioni di Repubblica, eppure il sistema dà per scontato che sia così e ti impone questa alternativa. La conseguenza è una semplificazione che imbarbarisce, abbassando il livello etico della società italiana». Diretto, come sempre, è don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia cristiana: «Se si arriva a dover fare una manifestazione pubblica per difendere la libertà di stampa, significa che qualche vizio in quel senso il paese ce l’ha. E il vizio di fondo è la concentrazione dei mezzi di comunicazione in poche mani. La libertà di stampa e di critica in un paese democratico non deve essere vista come un fastidio, perché la stampa non è fatta per adulare. Bisogna che i giornalisti non abbiano bavagli e nello stesso tempo facciano autocritica, chiedendosi quanto siano capaci di tenere la schiena dritta». Nell’editoriale di primo piano il settimanale dei paolini denuncia poi che «l’importante è spargere ottimismo a piene mani, celebrare i trionfi del principe all’Aquila nascondendo i problemi», mentre l’autunno «si annuncia duro per lavoratori e famiglie che si impoveriscono sempre di più». Deciso nell’aderire alla manifestazione del 19 settembre è Andrea Olivero, presidente delle Acli: «Vogliamo un paese fondato sulla libertà di stampa e per questo abbiamo dato la nostra adesione alla Fnsi. È inaccettabile che il direttore di un giornale sia costretto a dimettersi per gli attacchi intimidatori portati da un altro giornale di proprietà della famiglia del presidente del consiglio. Non possono avere cittadinanza, in un paese democratico, i ricatti e le intimidazioni nei confronti della stampa che osa criticare le vicende del governo e dei suoi rappresentanti». «Ci sono momenti in cui bisogna essere presenti in prima persona», dichiara Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, auspicando un’ampia partecipazione alla manifestazione. «La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo e noi lo stiamo perdendo senza reagire». La manifestazione «deve spingere i responsabili della politica e delle istituzioni a intervenire efficacemente, a fare quello che non hanno ancora fatto in difesa della Costituzione, della legalità e dei nostri fondamentali diritti». Prendendo spunto dalle intimidazioni di Feltri nei confronti di Gianfranco Fini, Marina Corradi scrive su Avvenire: «Questo non è più politica. E non è nemmeno informazione». E a proposito del Porta a porta con Berlusconi per la consegna delle case ai terremotati il giornale della Cei dice che la trasmissione è stata «in bilico tra informazione e propaganda». In prima serata, con grande rilievo, mentre «si tace sull’uso crescente e “normale” della stampa come di una spietata arma impropria».
Aldo Maria Valli - Europa Quotidiano

Ho scelto questi due articoli da Europa di oggi, ma avrei potuto metterne molti altri: l'edizione odierna di Europa è molto ben fatta, attentissima al problema della libertà di informazione.
Purtroppo la manifestazione indetta dalla Fnsi per sabato 19 settembre è sospesa e rinviata a data da destinarsi causa l'attentato ai militari italiani a Kabul (motivazione che personalmente non condivido: il lutto non c'entra con i problemi dell'informazione italiana e comunque era una manifestazione seria e non una festa).




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9 settembre 2009

IN FABBRICA

Oggi, per lavoro, sono stata a visitare una fabbrica dell’hinterland milanese. Hanno invitato i giornalisti per presentare alcuni nuovi prodotti e - dopo la consueta conferenza stampa con tutti gli uomini che contano dell’azienda (tra cui un sosia napoletano di Gabriel Garko), il caffè e i pasticcini - il direttore di produzione ha guidato tutti in una visita allo stabilimento.
Per tutti l’obbligo di indossare gli occhiali di protezione e di attenersi a camminare entro le linee gialle per non intralciare operai e carrelli.

La scena all’interno sembrava quella di un film. Gli operai erano tutti in jeans e maglietta, molte anche le donne alle prese con saldatrici, cavi elettrici, bulloni…
Le linee di produzione (cioè le catene di montaggio) giravano a ritmo lento ma continuo e attorno ad ogni macchinario lavoravano più persone contemporaneamente.
Mentre gli operai lavoravano, il direttore di stabilimento ci spiegava il funzionamento delle linee e il quantitativo di pezzi al minuto che erano in grado di realizzare fino a raggiungere l’obiettivo della giornata.

In alto, un tabellone luminoso segnalava eventuali difetti da correggere subito su qualche pezzo, il quantitativo di pezzi prodotti fino a quel momento e quanti se ne sarebbero dovuti fare secondo a non specificati calcoli: entrambi i tabelloni delle due linee segnavano il ritardo di un pezzo rispetto alla statistica. Così, mentre il direttore illustrava l’efficienza e la qualità della sua produzione, non ho potuto evitare una smorfia di disgusto per quel tabellone che mi sembrava un’ipocrita mossa per far correre gli operai alla ricerca dell’obiettivo.
“Solo un’impressione”, mi ha suggerito una collega con aria sorridente, specificando che “queste linee di produzione sono molto lente e ci sono pochi operai, si vede che la crisi ha toccato anche loro, anche se non vogliono dircelo, perché una volta il tutto era molto più frenetico”.

Un senso di disagio mi ha invasa anche mentre percorrevamo le corsie blu: noi, nei nostri vestiti perfetti, nelle nostre scarpine lucide, in mezzo a persone in jeans e maglietta sporca di lavoro e fatica, sembravamo fuori luogo.
Così come disgustoso mi sembrava un fotografo che immortalava ogni angolo e ogni persona, senza nemmeno chiedere il permesso, incurante del fatto che quelle stava fotografando non erano statuine o personaggi da film, ma delle persone mentre svolgevano il loro lavoro e che c’è una legge sulla privacy secondo la quale chi scatta e diffonde immagini di persone dovrebbe chiedere loro il consenso. Un’operaia ha nascosto il viso dietro al guanto nero: “no, sono brutta così, vengo male in foto”, ha detto.
Forse quegli operai stanno meglio di altri, forse quella fabbrica è davvero un’eccellenza nel suo settore ed è normale che il lavoro si svolga secondo quelle regole.

Forse quegli operai sono abituati alle passerelle dei giornalisti, dei sindacalisti, dei politici e di chiunque venga invitato lì e non ci fanno nemmeno caso o forse sono contenti di far vedere che svolgono egregiamente il loro lavoro, ma io non sono abituata a fare passerelle, a guardare le persone come se fossero animali nelle gabbie in uno zoo, a vedere numeri su un tabellone che ti dice che sei in ritardo e devi produrre di più.




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4 settembre 2009

LA DIFFERENZA

Dino Boffo, in seguito alla vicenda delle molestie e del patteggiamento tirate fuori da Il Giornale di Feltri, colpevole o innocente, si è dimesso da Direttore di Avvenire.
Silvio Berlusconi, in seguito ai racconti delle escort, alle intercettazioni telefoniche e alla vicenda-Noemi, finite su tutti i giornali e le tv, colpevole o innocente che fosse, ha risposto "Non sono un Santo, questo lo hanno capito tutti" ed è rimasto al suo posto di Presidente del Consiglio dei Ministri (capo del Governo).




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2 settembre 2009

L'INFORMAZIONE NON SI FA METTERE IL GUINZAGLIO

"L'informazione non si fa mettere il guinzaglio": sabato 19 settembre la Federazione Nazionale della Stampa Italiana organizza una manifestazione a Roma
La Segreteria della Federazione nazionale della Stampa Italiana ha deliberato oggi di proporre alle forze sindacali e sociali di tenere sabato 19 settembre prossimo a Roma una “manifestazione civica” per la libertà dell’informazione, difendendola da ogni tentativo di depotenziarne la funzione costituzionalmente garantita e di indurre silenzi non dovuti.
C’è un allarme che sta diventando molto alto nel Paese. Non è la prima volta che è stata necessaria la mobilitazione anche contro governanti di segno diverso da quello attuale, ma oggi si sta vivendo una fase di grande delicatezza con attacchi senza precedenti. Non solo disegni di legge bavaglio ma anche azioni forti in sedi giudiziarie e manifestazioni pubbliche che hanno l’oggettivo risultato di costituire una minaccia per chi fa informazione ritenuta non gradita. L’informazione non si farà mettere il guinzaglio. Il mondo dell’informazione, assieme al mondo del lavoro ed alla società civile, è chiamato a scongiurare questo pericolo. C’è bisogno urgente di riassumere e promuovere la consapevolezza piena della funzione dell’informazione quale pilastro di ogni democrazia; una funzione che è anche politica ma che non appartiene alla disponibilità del potere. E’ una materia che va sottratta, prima che sia troppo tardi, alle contingenze dei virulenti contrasti politici e che impone pertanto il rispetto dei principi legali e sociali di convivenza di cui è parte integrante. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana ritiene che sia necessaria, quindi, una reattività civile nella considerazione che l’informazione è libertà; ogni ferita che essa subisce determina una attenuazione della libertà di tutti. E’ indispensabile che l’informazione possa dare una rappresentazione permanente della vita del Paese, nella pluralità dei punti di vista e di tutte le rappresentanze sociali e culturali e ne racconti liberamente i successi e i problemi. Nei prossimi giorni la Fnsi definirà il programma della manifestazione con le organizzazioni copromotrici dell’iniziativa. Giovedì della prossima settimana si riunirà a Roma la Giunta esecutiva federale.
FNSI




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28 agosto 2009

BERLUSCONI FA CAUSA A LA REPUBBLICA

Oggi è finita la libertà di stampa e quindi anche la democrazia. 

Berlusconi chiede un risarcimento danni per un milione di euro al Gruppo L'Espresso. A suo giudizio le 10 domande formulate il 26 giugno dal giornalista Giuseppe D'Avanzo sono "diffamatorie". Per la prima volta in Italia gli interrogativi di un giornale finiscono davanti a un tribunale civile.
 
Se i giornalisti non possono fare domande, finisce la libertà di stampa... e la democrazia.




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22 agosto 2009

VIAGGIO NELLA PROVINCIA DI PESARO E URBINO

Quando il treno lascia la Romagna per addentrarsi nelle Marche, lo scenario dal finestrino cambia fisionomia e le colline, dove i campi arati si alternano a zone completamente verdi, aumentano di volume e intensità.
Girando in macchina da un paese all’altro, bastano poche curve per cambiare il paesaggio ed è facile trovarsi con il mare azzurrissimo da una parte e le colline dall’altra. Le Marche, appena lasciato il mare, sono le colline ancora gialle accese di girasoli, di quelle che si vedono solo in cartolina, sono strade sterrate che portano in casali immersi nel verde, sono campi coltivati divisi da vialetti alberati. Ma sono anche tante gru che svettano nel cielo, tra cassette di colori sgargianti che vanno a formare nuovi villaggi in costruzione circondati dalle colline. Le città e i paesi spuntano in lontananza come miraggi sulla cima delle colline, con i loro castelli e i loro palazzi che li hanno resi celebri. E immersi nel paesaggio collinare ci sono anche tanti stabilimenti e fabbriche, dalle industrie automobilistiche ai mobili, dall’onnipresente Scavolini ai macchinari agricoli o da costruzione.

Un viaggio, il mio, dalla spiaggia alla colline, da Pesaro a Urbino, dai vacanzieri ai lavoratori, dal mare di Fano al castello di Gradara, fino alle tre torri della Repubblica di San Marino.
Viaggio nella provincia di Pesaro e Urbino - agosto 2009>>> (pdf)




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21 agosto 2009

LOTTA DI CLASSE

La mia personale e quotidiana lotta di classe: dalla politica, al lavoro precario, dai troppi impegni e pochi soldi, ai sogni da tenere chiusi nei cassetti e buttar via la chiave (con citazioni dell'omonimo libro di Ascanio Celestini).

Lotta di classe>>>




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18 agosto 2009

FERNANDA PIVANO

E' morta Fernanda Pivano. La scrittrice e giornalista si è spenta in una clinica privata di Milano, dove era ricoverata da tempo. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917. A lei si debbono le traduzioni di tanti capolavori americani, a cominciare dall'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, la sua prima traduzione. Oltre un mese fa aveva consegnato a Bompiani la seconda parte della sua autobiografia.




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30 luglio 2009

VESPA TOUR

Un hotel di Roma ha ideato i “Vespa Tour”: un modo originale per scoprire le meraviglie della città eterna, ispirato al film “Vacanze romane”. A disposizione dei turisti, ci sono infatti le mitiche vespe degli anni ‘50 con il driver e guida al seguito. Proprio come Audrey Hepburn e Gregory Peck, insomma!




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24 luglio 2009

UNA STORIA CHE VALE



Laura Pausini

Che cosa ha lei che io non ho
Che cosa ha più di me
Sto cercando una ragione, anche se alle volte sai non c'è
Ero qui, eri qui
ma poi non è andata sai propio così.
E una vita sola non può bastare
per dimenticare una storia che vale
nei tuoi occhi che mi stano a guardare, non dimenticare
È dificile per me imparare a vivere
senza abbandonarmi al mio presente
inaspettatamente senza te.
Ero qui. Eri qui
parlare adesso non ha più senso, o forse si...
Perché una vita sola non può bastare
per dimenticare quanto si può amare
al tuo nome e alla tua voce pensare senza farmi male
E una vita sola non può bastare
per dimenticare una storia che vale
ogni minimo particolare, non dimenticare, non dimenticare
Ero qui
che cosa ha lei che io non ho
Eri qui
che cosa ha più di me
sto cercando una ragione parlane adesso
non ha più senso o forse si
Per che una vita sola non può bastare
per dimenticare come si può amare
quanto sole che si può atravesare
senza farci male
E una vita sola non può bastare
per dimenticare ogni paricolare
nei tuoi occhi che mi stano a guardare,
non dimenticare, una storia che vale

Ho scelto il modo peggiore di reagire alla situazione... avevo giurato di mettere la testa a posto e invece sto pensando a dichiarare guerra!!!




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16 luglio 2009

SOCIETA' MEDIATICA

ASCA - I telegiornali influenzano più di ogni altro programma televisivo le intenzioni di voto dell'opinione pubblica in campagna elettorale. Lo ha sottolineato il presidente dell'Agcom, Corrado Calabrò, in audizione in Vigilanza Rai per un primo bilancio del periodo elettorale appena trascorso.
Il 76% dei pensionati e il 74% delle casalinghe scelgono il telegiornale per informarsi in periodo elettorale su candidati e programmi. Tallona la radio, con ascolti che superano il 70%. Internet invece non sfonda: solo il 2,1% dei "navigatori" ha frequentato Facebook, molto amato dagli studenti, il 7% dei quali si è collegato al social network più diffuso, durante la campagna elettorale.

Meditate amici internauti...




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